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Entrai nella stanza,
ma la stanza
era già dentro di me.
Il tavolo taceva
con un silenzio
troppo preciso.
Le sedie
si erano messe
in cerchio,
come medici.
Sul muro
un orologio
respirava piano
per non svegliare il tempo.
Ogni tanto
un secondo
cadeva a terra
e nessuno lo raccoglieva.
Lo specchio
non rifletteva
il mio volto:
rifletteva qualcuno
che stava aspettando.
Mi avvicinai.
Anche lui
fece un passo.
La stanza
provava il mio nome
prima di pronunciarlo.
Allora capii
che non ero io
a guardare le cose.
Erano le cose
che da anni
provavano
il mio sguardo.
Da prima
che nascessi
questa stanza
faceva esercizio
con la mia assenza.
Il mio doppio
nello specchio
mi salutò lentamente
come chi ha finito il turno.
Quando uscii
la porta rimase socchiusa.
Solo allora compresi:
la stanza
continuava a pensarmi
come se io
fossi il suo ricordo
e non il contrario.